Reso nell'industria tessile: quanto pesa davvero?

20 marzo 2019

Nel suo rapporto del 2017 dal titolo Future-proof your reverse logistics KPMG invitava le aziende a prendere coscienza del costo effettivo dei resi. Il tema della “logistica inversa”, affrontato nello studio, è considerato cruciale. La restituzione dei prodotti è diventato un fenomeno talmente importante che in certi giorni dell’anno, come il 5 gennaio, UPS parla addirittura di “National Returns Day” per indicare la mole di colli che rifanno il viaggio di ritorno.

L’industria tessile, in particolare, è quella toccata maggiormente dalla politica del reso. Se, infatti, secondo la National Retail Federation, la percentuale complessiva dei resi nei negozi fisici di tutti i settori si attesta tra l’8 e il 9%, nel commercio elettronico si arriva al 40%. Stime, queste ultime, dell’European Ecommerce Report 2017 che attribuisce proprio al comparto dell’abbigliamento un primato così poco lusinghiero.

 

Abbigliamento e e-commerce, gioia e dolori del reso

Una tale quantità di reso, che si deve anche a una nuova figura divenuta nota tra gli e-shopper, quella del cosiddetto “serial returner” (l’acquirente che compra contemporaneamente un numero di prodotti superiori a quelli che poi decide di tenere), erode la marginalità del valore di un prodotto. Motivo per il quale l’industria tessile sta cercando di porvi rimedio senza, per questo, rinunciare alla grande potenzialità dell’online. Basti pensare che l’ultima indagine dell’Osservatorio eCommerce B2C promossa dalla School of Management del Politecnico di Milano vede nel 2018 gli acquisti di abbigliamento al secondo posto, con una crescita del 20% e una cifra che sfiora i 3 miliardi di euro sia nel fashion di lusso sia nel mass market. Cifra che, se fossero confermati anche al ribasso le percentuali di restituzione anticipate sopra, si assottiglierebbe di molto. Con l’aggravio dei costi di spedizione imputabili alla reverse logistics di cui solitamente è il venditore a farsi carico.

 

L’economica circolare nell’industria tessile

C’è anche un altro aspetto di cui tenere conto e che la fondazione britannica Ellen MacArthur ha posto sotto i riflettori un paio di anni fa pubblicando A new textiles economy: Redesigning fashion’s future. Il rapporto, nell’evidenziare la rilevanza mondiale del settore, con un giro d’affari da 1,3 trilioni di dollari e una filiera che occupa più di 300 milioni di persone, ne sottolinea soprattutto l’impatto sull’ambiente. Un impatto che si misura, oltre che in miliardi di tonnellate di emissioni di CO2 e di tonnellate di fibre di microplastica riversate in mare, in perdita graduale dei margini Ebitda: fino al 3% entro il 2030 per un importo pari a 45 miliardi di euro. Ma la perdita maggiore riguarda il valore di abiti non utilizzati che si aggirerebbe attorno ai 500 miliardi di dollari ogni anno. Da qui l’invito della Ellen MacArthur Foundation all’adozione di pratiche virtuose di economica circolare che comprendono, fra l’altro, il recupero degli scarti di produzione e il riuso dei capi che entrano a far parte del mercato del reso in attesa di una nuova collocazione.

 

Come diminuire reso e scarti di produzione

Anche in Italia il tema della sostenibilità e della green production del settore tessile è particolarmente sentito. In una nota dell’anno scorso a cura di Confindustria Toscana Nord rivolta alle aziende del comparto si legge: «Residui di pettinatura, filatura, tessitura, rifinizione e confezione, vale a dire cascami, testate, fila, frasami, ritagli possono spesso configurarsi come sottoprodotti. Un decreto del ministero dell’Ambiente pubblicato nel corso del 2017 fissa le modalità perché questi residui siano sottratti al ciclo dei rifiuti ed entrino invece nel ciclo del riutilizzo, a tutto vantaggio dell’ambiente e dell’economia». Ma c’è un problema fondamentale a monte che va affrontato: «Le crescenti difficoltà di smaltimento dei rifiuti tessili - sottolinea la nota - hanno la loro causa principale nella carenza impiantistica». Le moderne tecnologie, in tal senso, possono fare molto. L’introduzione di sistemi ERP (Enterprise resource planning) uniti a MES (Manufacturing Execution System) ai giorni nostri sono in grado di controllare la produzione in tutte le fasi. Con una capacità di contenimento degli scarti e di gestione dei resi che gli deriva dal collegamento in tempo reale tra la domanda di mercato e la stessa produzione e gestione del bene.

infografica gestionale settore tessile

Topics: Fashion Industry